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IL MURO TRASPARENTE. Delirio di un tennista sentimentale. Una parete di plexiglass tra l’attore e il pubblico. Il tennis evidente metafora della vita. Una novità del Teatro Stabile di Verona a cura di Monica Codena, Marco Ongaro e Paolo Valerio. Debutto lunedì 15 giugno alle 21.00 al Teatro Nuovo.

VERONA – Dopo tre mesi di chiusura lunedì 15 giugno alle 21.00 riapre il Teatro Nuovo: con uno spettacolo incentrato su un muro trasparente in plexiglass, il muro dei tempi del coronavirus.
Quarantatré anni fa, a mo’ di quarta parete del palcoscenico teorizzata da Diderot, un primo muro veniva eretto a teatro, mattone su mattone, durante lo spettacolo di Remondi-Caporossi; quel muro assurgeva a metaforico strumento di divisione tra scena e pubblico e tra i due interpreti, uno di qua e uno di là. Era il 1977 e Cottimisti abbinava felicemente Samuel Beckett e Buster Keaton. Ora un altro muro torna sul palcoscenico: questa volta funzionale allo spettacolo che vede l’attoretennista
giocare sul palcoscenico dirimpetto al muro guardando il pubblico, e funzionale alle norme anticoronavirus che richiedono in determinati luoghi barriere trasparenti per evitare contagi. È il muro del MURO TRASPARENTE. Delirio di un tennista sentimentale che debutta lunedì 15 giugno alle 21.00 al Teatro Nuovo. Dopo tre mesi di teatro on line, la tanto agognata riapertura dei teatri con gli spettatori opportunamente distanziati, vede, al Nuovo, la separazione attore-pubblico già garantita in partenza. Lo spettacolo, una novità del Teatro Stabile di Verona - Centro di Produzione Teatrale è a cura di Monica Codena, Marco Ongaro e Paolo Valerio. Di Antonio Panzuto la scena, di Marco Spagnolli le luci, di Nicola Fasoli la fonica. Repliche il 16, 17, 18 e 19 giugno sempre alle 21.00.
Sul palcoscenico solo Max, il protagonista, interpretato da Paolo Valerio che tennisticamente, secondo i parametri FIT, è un 3.4. Max affronta la crisi della sua vita come ha sempre fatto: giocando a tennis. Lo fa contro una parete di plexiglass. Dall’altra il pubblico nei panni, in pratica, dell’avversario. Max soppesa la racchetta, si confronta con la schiena dolorante, si misura con la passione del tennis e la passione amorosa. Gioca, pensa, racconta, si dibatte. Emergono l’ossessione per il tennis, per l’oroscopo, per le chat. Momenti di silenzio si alternano a urli di sfida, quasi disperati, di un uomo alle prese con gerarchie di sentimenti che si travasano l’uno nell’altro. Le soluzioni si fanno problemi, l’agonismo dell’innamoramento trascolora nella rivalità tra solitudine e vita.  Avrà il fiato necessario per portare a termine la partita? Chi è l’avversario? Cos’è l’amore? Chi vince cosa?
Entrato nella danza nel 1913 con Jeux di Vaslav Nijinski, il tennis è da sempre un buon compagno di viaggio del teatro: dallo spettacolo Open - La mia storia tratto dall’autobiografia di Andre Agassi a Doppio misto di Danilo De Santis e al monologo La solitudine del tennista, diversi sono stati gli allestimenti incentrati sul tennis. Mai però mettendo in primo piano il “muro” usato dai campioni per allenarsi. Non il muro irregolare in pietra prediletto da Björn Borg. Un muro in plexiglass, un muro ai
tempi del coronavirus.
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